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Rock Impressions

Quatermass II - Long Road QUATERMASS II - Long Road
Thunderbird
Genere: Hard Rock


In questi anni stiamo assistendo al rispuntare di band del passato che possiamo definire “minori”, non per importanza, ma perché poco conosciute dal grande pubblico, dove molto spesso più nessuno dei membri originali è ormai presente. Nomi che in qualche caso sono rimasti nel cuore di molti appassionati, come quello ad esempio dei formidabili Atomic Rooster.

I Quatermass nel 1970 pubblicarono un unico disco diventato di vero culto, uno dei capolavori assoluti del rock. Parlando con Gianni Leone (Balletto di Bronzo) ricordo che mi raccontò di essere rimasto folgorato dal loro disco, che proponeva un sound unico nel suo genere. La formazione comprendeva il bassista John Gustafson (Jesus Christ Superstar, Hard Stuff), il tastierista J. Peter Robinson (JCS, Shawn Phillips, Clapton, Phil Collins, Stomu Yamashta) e il batterista Mick Underwood (Episode Six, Ian Gillan).

Altri casi “minori” riguardano ad esempio band come i Leaf Hound di Peter French (Atomic Rooster), ma ci sono diversi casi. Visto che il periodo non assicura a queste operazioni vendite certe e grandi entrate, ci sarebbe da chiedersi perché questi artisti rispolverano vecchie glorie? Il dubbio (lecito) è che vogliano sfruttare i pochi nostalgici rimasti e invece di dare vita a nuovi progetti musicali, che passerebbero del tutto inosservati, come è successo ad esempio ai Trip Advisor di Steve Bolton (Atomic Rooster) che sono “morti” ancora prima di nascere per totale disinteresse, tanto che Steve ha regalato le ultime copie del disco autoprodotto. Però un albero deve essere giudicato dai frutti e quasi sempre questi dischi sono ricchi di ottima musica, suonata con sincera passione.

Dico subito che della grandezza dei Quatermass originali non è rimasto (quasi) nulla. Autori di questa incarnazione sono il batterista originale Underwood (scomparso nel 2024), il cantante e chitarrista Bart Foley, il chitarrista Gary Davis e il veterano bassista Nick Simper (Deep Purple, Warhorse), alle tastiere troviamo come “guest musician” Don Airey (Deep Purple, Rainbow).

Il disco presenta due brani composti da Gustafson, uno è quello che dà il titolo, che rappresentano senza dubbio i momenti più interessanti, ma devo dire che tutto l’album trasuda una buona energia, classico hard rock che se fosse stato partorito nei primi ’70 sarebbe entrato nel cuore di tutti gli appassionati.

Un’operazione nostalgia? Forse si, ma anche un atto d’amore per una musica che non dimostra gli anni che ha, perché in fondo il rock aiuta a restare giovani. GB


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