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I PINK FLOYD
Di Salari Massimo
Quante volte in una recensione di un disco abbiamo letto ”questo
brano ricorda i Pink Floyd più sperimentali” oppure “…
quelli di The Wall” ? Moltissime direi, quasi a raggiungere
la tortura psichica! Ma chi sono questi signori che hanno fatto da
musa a così tanti musicisti? Perché si ispirano a loro,
ma soprattutto, cosa hanno fatto di così innovativo? Molto
si è scritto, quasi tutto quello che si poteva dire di un gruppo
che ha stravolto gli equilibri del Rock e che ha osato molto di più,
spingendosi oltre lo sperimentalismo arrivando fino alla Psichedelica,
tutt’oggi considerata loro figlia. Ripercorriamo anche noi la
meravigliosa strada aperta da questi ragazzi che certamente non hanno
nel loro bagaglio musicale la parola “compromesso”.
LA STORIA
Tutto ha inizio nel 1965 con un complesso di nome Sigma 6, composto
da Bob Close, Syd Barrett, Rick Wright, Roger Waters e Nick Mason.
Il debutto è nel Countdown Club in quel di Kensington, ma il
gruppo ha vita breve , già l’anno successivo si ha la
prima defezione, Bob Close lascia la band per dare inizio ad un valzer
di nomi che si alternano al progetto. Anche la formazione cambia più
nomi: The Screaming Abdabs, T-Set, The Meggadeaths e The Architectural
Abdabs, ma è Syd Barrett a proporre il nome The Pink Floyd
Sound, che poi verrà abbreviato nel più semplice e diretto
Pink Floyd, ispirandosi a due artisti Blues: Pink Anderson e Floyd
Council.
Nel febbraio del 1967 esce il primo 45 giri dal titolo “Arnold
Layne”, ma trovare una casa discografica non è cosa semplice,
sono Polydor ed EMI che comunque fiutano il potenziale di questi giovani
“capelloni” e lottano a suon di dollari per accaparrarsi
la band. Come tutti sappiamo l’ha spuntata il colosso EMI. La
canzone in questione ha un buon successo di vendite (ventesimo posto
nelle classifiche Record Mirror), ma incontra pure i primi problemi
sociali, il testo recita “Ad Arnold Layne piace molto vestirsi
con abiti di donna” e Radio London censura il brano. Stranamente
non viene emulata dalla BBC e dagli altri media. Waters liquida il
fatto marchiando i proprietari di Radio London come dei “conservatori”
non aperti alla libertà intellettuale. Questo teso provocatorio
abbandona i soliti canoni “amorosi” delle liriche del
periodo.
Partono le tourneè e Syd già comincia a far parlare
di se con comportamenti istrionici grazie alla sua spiccata personalità,
ma soprattutto a causa dell’LSD, che purtroppo assume. Il sei
Agosto esce il nuovo 45 giri dal titolo “See Emily Play”
ed è un altro successo, visto il sesto posto piazzato alle
spalle di capolavori quali “Are You Experienced” di Jimi
Hendrix e “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”
dei Beatles.
I tempi sono maturi per un vero e proprio album, nasce “The
Piper At The Gates Of Dawn” ed è un vero e proprio lavoro
“fuori di testa” come lo definisce il Record Mirror del
due settembre 1967. La canzone “Astronomy Domine” diventa
immediatamente un classico del repertorio Floydiano e grazie alle
sue atmosfere sognanti ed ariose fanno coniare alla critica il termine
di “Space Rock” rimasto a lungo associato al gruppo, in
parte anche ingiustamente. The Piper è un disco che sgorga
energia ad ogni solco, come ad esempio nel bellissimo brano “Lucifer
Sam”. Il successo bussa alla loro porta e loro lo accolgono
felicemente, ma Syd oramai devastato dalle droghe non riesce più
a stare con la chitarra dietro la band durante le performance dal
vivo. Si ricordano persino concerti in cui il povero Barrett si inginocchia
sul palco reclinando il capo per fare scena muta per tutto il tempo.
Ma questo non fa altro che accrescere il mito e la fama dei Pink Floyd
che inseriscono nelle loro file un loro vecchio amico, David Gilmour
al posto del forzato dimissionario Barrett.
E’ il 1968 e questo terremoto interno porta ad un vero e proprio
mutamento stilistico, le canzoni cambiano radicalmente e la ricerca
di nuovi suoni prende piede, è la nascita di “A Saucerful
Of Secrets”. Piatti colpiti delicatamente con martelli di legno,
chitarre suonate con l’asta d’acciaio del microfono, insomma
canzoni date più o meno al caso ed improvvisate sono gli ingredienti
di questa pietanza sonora. A tratti è la noia a dominare, ma
non va assolutamente trascurato il coraggio dimostrato nel voler percorrere
questa nuova strada, ne tanto meno quello della EMI a scommettere
in cotanta follia. Si parla molto delle stravaganze di Syd, ma la
nuova formazione sembra più fuori di prima… Le canzoni
più rilevanti che i nostri suoneranno in concerto, anche molti
anni dopo, tratte da questo album sono “Set The Controls For
The Heart Of The Sun” e “A Saucerful Of Secrets”.
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Questo nuovo modo di suonare attira l’attenzione anche di registi
cinematografici i quali rimangono colpiti dalla semplicità con
cui i Pink Floyd tramutano le sensazioni in musica (questa del connubio
sensazioni-immagini-musica è una caratteristica dei nostri, basta
guardare i clamorosi concerti del periodo). E’ Barbet Schroeder
ad accaparrarsi il contributo sonoro per il proprio film “More”
e per i Floyd questa è la prima esperienza di colonna sonora
(alla fine del 1969 vengono pure alla corte di Michelangelo Antonioni
per il film “Zabriskie Point”). Due canzoni tratte da questo
disco sono portate in sede live: “Cymbalyne” e “Green
Is The Colour”.
Nello stesso anno,il 1969, concepiscono uno dei loro dischi più
elaborati, “Ummagumma”. Questo è un doppio LP che
allora uscì a prezzo limitato (9000£) ed è suddiviso
in due distinte sessioni, la prima è presa dalla breve tournèe
inglese del 20 giugno al Mothers Club di Birmingham e del 22 al College
Of Commerce di Manchester, mentre il secondo disco è il risultato
di improvvisazioni tenutesi ad Abbey Road fra agosto e settembre dello
stesso anno. Nel primo disco i brani sono: “Astronomy Domine”,
“Careful With That Axe, Eugine”, “Set The Controls
For The Heart Of The Sun” e “A Saucerful Of Secrets”.
I Pink Floyd sembrano aver definitivamente abbandonato il loro lato
più commerciale e la critica al tempo stesso sembra aver accettato
di buon grado la loro scelta, così come il pubblico che è
pronto a regalare loro un onorevole quinto posto in classifica in madrepatria.
Le ambizioni crescono, non bastano le sperimentazioni, la ricerca di
nuovi suoni e soluzioni strambe, il gruppo di Waters vuole osare di
più, una lunga suite (brano che racchiude tutto il primo lato
del disco) con tanto di orchestra e cori. Il risultato è “Atom
Heart Mother” (1970). Questa è una vera e propria opera
Rock che a tratti può far venire in mente atmosfere bucoliche
e Country, la copertina non poteva rendere meglio l’idea con la
sua mucca al pascolo in primo piano, sicuramente una delle più
famose al mondo…
La paternità del lungo brano comunque sembra essere attribuita
a Ron Geesin, vecchia conoscenza di Waters. Ma non si sa se questo sia
effettivamente accaduto, resta comunque il fatto che i Floyd in merito
sono sempre rimasti molto generici e come si dice, “se tuona,
da qualche parte piove…”. Il lato B del disco invece è
stato registrato in tutta fretta con un risultato poco più che
soddisfacente. L’acustica “If”, comunque, rimane una
perla nella sterminata discografia Floydiana. La band suonerà
“Atom Heart Mother” dal vivo solo fino al 1972, proprio
a causa del suo ingente costo nel trasportare con se tanto di orchestra
e coristi (circa 6.500 sterline di allora). Esistono comunque dei buoni
bootlegs, grazie ad un compiacente operatore al mix, che immortalano
questo brano come “Take Linda Surfing” (Amburgo febbraio
1971) oppure “Cymbaline”. Addirittura uno speciale radiofonico
della BBC dal titolo “Libest Spacement Monitor”.
Nel 1971 esce una raccolta dal titolo “Relics” contenente
pure il mitico primo 45 giri “Arnold Layne”, ma questa non
è altro che una scusa per prendere più tempo nel preparare
il nuovo lavoro in studio. Di nuovo una lunga suite prenderà
tutto il lato del disco (questa volta il secondo), ma la realizzazione
non sarà così costosa come la precedente e nuovi pezzi
ritornano ad essere più canzone e meno improvvisazione. Ma veniamo
all’attenta analisi di questo contenitore sonoro che prende il
titolo di “Meddle”. Di questo LP ricordiamo con molto affetto
“One Of These Days”, che per intenderci è il tormentone
della sigla del programma sportivo “Dribbling” con il suo
alienante giro di basso. La chitarra di Gilmour con i suoi lamenti quasi
umani è sempre più padrona del caratteristico sound Pink
Floyd e questa canzone ne è l’icona. Simpatico il Blues
acustico di “Seamus” dove il levriero russo di Wright si
cimenta dietro il microfono, veramente divertente, mentre “Fearless”
è più canzone e sembra essere il nuovo percorso da intraprendere
per i nostri geniali musicisti. “Echoes” è la lunga
suite di cui ho accennato, bellissima con i suoi crescendo e la sua
malinconica dolcezza, sicuramente uno dei loro pezzi storici più
riusciti ed imitati. Ma la critica di allora non vede di buon occhio
questa semi sterzata verso una commercializzazione troppo ruffiana,
è vero che il disco contiene della psichedelia, una suite e quant’altro
ma alcune canzoni, secondo certa stampa, segnano un tentativo di cambiamento
verso il soldo facile. Ma al pubblico resta sordo a queste critiche
e premia il gruppo offrendo loro un meritato secondo posto nelle Charts.
Nel 1972 è ancora cinema ed è ancora Barbet Schroeder
che dopo “More” gira “ La Vallée”. Il
disco si chiama “Obscured By Clouds” ed è stato registrato
negli Strawberry Studios dello Chateau D’Herouville. Il film che
narra delle avventure di un Hippie non coglie assolutamente consensi
mentre il disco, soprattutto con il brano “Free Four” raggiunge
addirittura le primissime posizioni della top 20 in America! Comunque
sia è da dire che questo LP non è nulla di trascendentale
ne tantomeno viene ricordato nel tempo come disco fondamentale. Ma la
storia li aspetta dietro l’angolo con quello che rimarrà
per sempre il disco Rock per eccellenza, la perfezione: “The Dark
Side Of The Moon” (1973). D’ora in avanti tutti i lavori
dei Pink Floyd verranno paragonati a questo.
Nato quasi per caso, da un insieme di frammenti sonori di session e
prove fatte a casa di Mason, viene unito come un perfetto puzzle formando
così tanti brani in uno solo. I testi vengono scritti interpellando
pure la gente comune sui propri problemi e quelli della vita in generale.
Il disco comincia con il battito del cuore in “On The Run”
che sta a significare le emozioni che un uomo prova durante l’arco
della sua vita (secondo Gilmour). Ogni singolo pezzo del concept è
un gioiello a se stante e quindi non è legittimo menzionare questo
o quel brano, ma come non si fa a citare “Money”, “Us
& Them” e “The Great Gig In The Sky” interpretata
dalla magnifica voce di Clare Torry? Pensate che “The Dark”
è rimasto in classifica di Billboard per ben 725 settimane e
l’ultima apparizione è stata nel 30 aprile 1988! Un successo
a dir poco incredibile…
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Sempre nello stesso anno la casa discografica EMI pubblica “A
Nice Pair”, doppio LP, che contiene i primi due dischi “The
Piper…” e “A Saucerful…”. Nel 1975 la
sbornia del successo di “Dark” non è ancora assorbita,
ma i Floyd proseguono per la propria strada incuranti del passato e
concepiscono uno dei dischi più belli della loro meravigliosa
discografia e nello stesso tempo anche il più malinconico: “Wish
You Were Here”. Narra la leggenda che questo fosse dedicato a
Syd Barrett e che un giorno durante le registrazioni di “Shine
On You Crazy Diamond” un uomo grasso e pelato si presentò
agli studi durante i lavori. Nessuno lo riconobbe ma era proprio lui…
Le lunghe date dal vivo hanno tolto molta energia ai nostri, ma il lavoro
riprende sulla scia dell’entusiasmo e la mitica suite “Shine…”
viene scritta come “Echoes”, ossia con piccole idee suggerite
da diverse persone. Il completamento del brano è molto travagliato
e servono addirittura sei settimane per arrivare ad un buon risultato.
“Have A cigar”, prima canzone del lato B, è cantata
da Roy Harper, vecchio amico di David Gilmour a causa della sua estesa
tonalità non molto consona alle possibilità canore dei
Floyd . Ma è la successiva acustica “Wish You Were Here”
a far valere da sola il prezzo dell’intero disco. Questo è
un brano storico che portano in tournèe dal 1977 e diventa per
loro un vero e proprio marchio di riconoscimento. La copertina del disco
rappresenta due uomini che si salutano stringendosi la mano ed uno dei
due sta bruciando fra le fiamme (o è un uomo che si è
bruciato? Riferimento a Syd?). All’interno troviamo curiosamente
una cartolina con un uomo che fa la verticale dentro il mare. E’
ovvio che la critica aspettasse allora un altro “The Dark..”
e che quindi accolse “Wish” con delusione, ma questo è
veramente l’ennesimo capolavoro di un gruppo che disco per disco
si sta evolvendo irrefrenabilmente. Il connubio musica ed immagine è
sempre più marcato nelle prestazioni live con spettacolari effetti
e luci faraoniche che rapiscono lo spettatore, tanto da farli entrare
di diritto nella leggenda musicale quale gruppo più psichedelico
al mondo.
Nel 1976 nei Row Studios di Londra incidono “Animals”. Il
riferimento all’uomo che inquina è palese, soprattutto
nella copertina dove sopra una squallida fabbrica sorvola un maiale,
lo stesso che fanno volare sopra la testa della gente nei concerti.
Questo lavoro che non raccoglie molti successi di vendite, ma che viene
considerato un disco di transizione,è comunque il preferito del
batterista Mason. I titoli delle canzoni riguardano solamente animali,
“Dogs”, “Sheep” e “Pigs”. Anche
in questo caso ci troviamo al cospetto di una lunga suite che prende
quasi tutto il lato A del vinile, “Dogs”. Questa è
secondo chi scrive, una delle più belle canzoni mai edite in
tutta la storia del Rock.
Disco di transizione dicevo, prima del mastodontico concept che ha fatto
da musa ad infiniti lavori di altri musicisti, quel “The Wall”
che ancora oggi ascoltiamo con silenzio per non disturbarne la magia.
E’ il 1979, Roger Waters ideatore del progetto lo concepisce in
tre distinte parti. Queste risultano così correlate fra di loro
tanto da convincerlo a farne un doppio LP. Durante l’ “In
The Flesh Tour” Roger ha un infortunio in scena e da qui nasce
l’idea di alzare un muro fra lui ed il pubblico, di questo ne
parla con il futuro produttore Bob Ezrin assieme al quale decidono di
fare di “The Wall” uno spettacolo ed un film. Il distacco
di Roger dalla società, o meglio la saturazione psicologica che
questa ha portato in lui ed il ricordo della morte del padre (mai conosciuto)
in guerra in quel di Anzio lo portano a realizzare quello che ancora
oggi consideriamo il capolavoro Rock per eccellenza.
Alienazione, frustrazione, distacco, droga, sesso… questi sono
solamente alcuni degli ingredienti che compongono sia il film di Alan
Parker che il concept. Pink è il protagonista (nel film interpretato
dal cantante Bob Geldof) di questo viaggio che si conclude con il positivo
abbattimento del muro. Naturalmente “The Wall” è
un lavoro di Waters. La chitarra di David è protagonista assoluta
ed i suoi lamenti fatti di note sostenute rendono perfetta l’atmosfera
che i Floyd vogliono far respirare all’ascoltatore. Ma nulla è
in confronto a quello che si può vedere dal vivo, aerei (ovviamente
finti) che si schiantano con tanto di muro che si erge durante il concerto
fino a separarli dal pubblico ed esplosione del suddetto nel finale.
Alla fine del gennaio 1979 il disco ha venduto 1.200.000 copie ed a
metà degli’80 raggiunge i 12 milioni. Ma questo segna pure
la fine dei buoni rapporti fra i singoli componenti del gruppo. La forte
personalità di Waters rompe i precari equilibri all’interno
della band la quale comincia a stancarsi dei suoi problemi e del suo
passato privato. Con “The Final Cut” Roger rasenta la paranoia.
Il titolo la dice lunga, “il taglio finale”, Water compone
questo nuovo disco nel 1983 che sembra formato da scarti di “The
Wall”! I Pink Floyd non vogliono ripetersi, la loro storia ce
lo insegna, ma Roger non sembra discostarsi da questo collaudato filone.
E’ la frattura , Waters se ne va. Per la giusta cronaca, il disco
vende bene ma è privo di momenti veramente degni della storia.
Pesanti dispute legali proseguiranno negli anni successivi sulla paternità
del logo, ed alla fine la spuntano Gilmour e Mason i quali nel 1987,
sempre per la EMI, pubblicano “A Momentary Lapse Of Reason”,
onestissimo disco di canzoni con tanto di bei momenti chitarristici,
super cori e quanto di meglio un lavoro Rock possa contenere, ma nulla
di trascendentale. La sperimentazione sembra definitivamente conclusa,
questo conferma il perfetto connubio che i quattro avevano in passato.
Le prestazione live sono sempre più clamorose, concerti con la
presenza di 200.000 persone estasiate da effetti luce immensi e costosi.
Ma la stanchezza e l’età dei componenti stessi non consente
più una fertile costanza concertistica.
Testimonianza discografica di questo periodo è “Delicate
Sound Of Thunder”.
Bisogna attendere il 1994 per sentire di nuovo i Pink Floyd con nuovi
brani. Ritorna Wright nei ranghi ed il risultato della reunion (se così
la vogliamo chiamare) è il bel “The Division Bell”.
Il gruppo ora capitanato da Gilmour migliora la qualità compositiva,
ma non si discosta poi molto dal suo predecessore in studio. Tutte le
canzoni sono dei piccoli gioielli ma mancano le suite che caratterizzavano
i dischi degli ormai stanchi Pink Floyd. Di nuovo concerti e questa
volta vengono immortalati in “Pulse”. Di questo doppio CD
esiste pure la videocassetta che nessun fans deve mancare. Quello che
vedete al suo interno è qualcosa che nessuna immaginazione, nemmeno
la più fervida, può auspicare. E’ il tripudio dell’immagine
e della musica e forse pure il canto del cigno di un gruppo che ha dato
non tanto, ma troppo al genere Rock! Nel 2000 è la volta di un
nuovo live. Ma “nuovo” si fa per dire, visto che si tratta
del capolavoro "The Wall" dal titolo "Is There Anybody
Out There? The Wall Live". Poi ancora un lungo silenzio sino ad
arrivare ai giorni nostri con una raccolta di successi degna di questo
nome, "Echoes: The Best". Effettivamente questa racchiude
molti cavalli di battaglia e chi non conoscesse bene il gruppo forse
farebbe meglio a farci un pensierino.
Non possiamo aspettarci di meglio, lo so, di anni ne sono passati, ma
mi piace credere, o meglio sperare, che il “Fluido Rosa”
non sia terminato qui. Come un bambino credo nelle favole, chissà…
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CURIOSITA’
A Saucerfull Of Secret - Saucerful è stato il
primo Brano dei Pink Floyd che mi sia veramente piaciuto suonare come
tastierista" (R. Wright). "Questo brano è nato per
caso e non a tavolino" (Waters).
Apologies - Questo è il titolo di un brano fantasma
mai edito dai nostri, secondo indiscrezioni tutto è nato a causa
di un disturbo telefonico durante un colloquio la canzone di fatto si
intitolava 'Apples and oranges'
Tatood e Great Lost Pink Floyd Album
- Sono i titoli di due rarissimi bootleg del 1969 in versione quasi
uguale all'originale contenenti i brani “Flaming”, “The
Scarecrow”, “The Gnome E Matilda Mother” ,”Apples
And Oranges”.
Candy And A Currant Bun - Nel 1966 non avevano ancora
un contratto discografico che già collezionavano la loro prima
censura. Il brano non poteva essere pubblicato a causa della sua allusione
all'uso dello spinello. Raramente venne suonata dal vivo.
Sigma 6 / T-set / The Meggadeaths
/ Abdabs - Sono alcuni dei nomi con cui si chiamavano
prima di diventare Pink Floyd.
Atom Heart Mother - Anche se non citato nel disco,
Ron Geesin è l'autore orchestrale e principale scrittore del
brano. Fù persino colui che diede il titolo alla suite cercandolo
casualmente in un giornale. Dice invece Mason: 'Nella copertina abbiamo
messo una mucca perché tutti oggi cercano qualche cosa di complicato
mentre noi vogliamo soltanto qualcosa di semplice!'
Echoes “The Return Of The Son Of Nothing” era il suo titolo
provvisorio. Anche questo brano è nato con la casualità,
senza uno studio già predefinito.
Lucy Lea (InThe Blue Light) - E' la prima canzone in assoluto
dei PF scritta da Barrett e mai pubblicata.
The Man - Altro mistero della discografia PF. E' un
brano di quaranta minuti esibito solo dal vivo dal 1969 al 1970 e mai
edito.
Moonhead - Ancora un altro brano inedito scritto per
commentare l'allunaggio (evento storico del periodo) per la televisione
Olandese.
Free Four - Tratto dalla colonna sonora “Obscured
By Clouds” parla dell'uccisione in guerra del padre di Waters
e sarà ispiratrice pure di 'The wall' e di 'The final cut'.
One Of These Days - E' uno dei rari momenti canori
da parte del batterista N. Mason, sua è la voce distorta che
interpreta (anche se brevemente) il brano.
Ummagumma - E' il sinonimo di 'Fuck'!
Vegetable Man - Altro brano inedito del 1967 scritto
da Barrett e presente solo in qualche bootleg
What Shall We Do Now? - E' un brano tratto dal capolavoro
“The Wall” ma non inciso nel disco per motivi di spazio.
Questo viene suonato esclusivamente dal vivo con “Empty Spaces”.
The Wall - Segnò la fine della collaborazione
tra i componenti del gruppo, la tensione all'interno era altissima,
Waters era sempre di più il tuttofare, al punto che Wright e
Mason non vengono citati nemmeno sulla copertina del disco.
Welcome To The Machine - Il rumore che apre il brano
è composto da pulsazioni di un VCS3 modificate con l'effetto
"eco".
Have A Cigar - E' cantata da Roy Harper perchè
aveva tonalità troppo alte per Waters.
Shine On You Crazy Diamond - Il 5 Giugno durante il
mixaggio del disco fece comparsa negli studi un uomo grasso e pelato,
nessuno lo riconobbe ma era Syd Barrett!!!
Sheep “Raving And Drooling” era il suo primo vero titolo.
Us And Them - Tratta da “The Dark Side...”
risaliva al 1969 e si intitolava “The Violence Sequence”
The Final Cut - Il disco della dipartita di Waters,
che con queste storie di guerra era diventato troppo paranoico e dopo
oltre dieci anni di militanza venne allontanato dal gruppo che dichiarerà:
'Non volevamo più fare musica così.'
CHI SI E’
ISPIRATO AI PINK FLOYD?
L'importanza dei Pink
Floyd nella storia della musica è risaputa da tutti. Quanti complessi
hanno cercato in qualche modo di emulare i propri idoli o almeno di
ispirarsi a loro? Certamente tantissimi, oserei dire che è impossibile
elencarli tutti, ma mi limiterò a fare qualche nome in ambito
Progressive moderno e non scegliendo i nomi più significativi,
quelli che in ogni caso hanno saputo dare un tocco personale e non ve
ne abbiate se qualche nome mi è sfuggito.
PENDRAGON
Nick Barrett, voce e chitarra dei britannici Pendragon, ha una forte
e spiccata personalità e tutte le sue composizioni sono piccoli
gioielli a se stanti, ma se facciamo un’attenta analisi del suo
modo di comporre possiamo trovare molte analogie con i Pink. In “The
Wall Of Babylon” tratto dal fortunato “The Wind Of Life”
(Toff 1993) l'introduzione del brano è pressoché identica
a quella di “Shine On You Crazy Diamond”, mentre in '”Breaking
In The Spell” dello stesso disco troviamo quel modo di concepire
la chitarra che dicevo prima, tanto caro al Gilmour anni '90. Nel meraviglioso
“The Masquerade Overture” (Toff 1996) ritroviamo oltre alla
chitarra Gilmouriana pure i cori femminili usati pesantemente negli
ultimi lavori dei Pink. Nel brano “Master Of Illusion” c'è
la prova più evidente di questo. Nel disco “Not Of This
World” (SPV 2001) è tutto un susseguirsi di questi cori
femminili e di richiami ai maestri.
Comunque sia la loro ispirazione è di chiara matrice Pop Rock
e non Psichedelica come i primi Pink Floyd. In parole povere i Pendragon
raccolgono il lato melodioso con quelle chitarre trascinate e quelle
tastiere che fanno da sfondo, con tappeti sonori letteralmente da brivido.
Bravi nel saper dosare la fantasia con la lezione dei maestri. VOTO:
8
PORCUPINE TREE
Il gruppo del carismatico Steve Wilson è certamente l'esempio
lampante di come poter progredire quello che gli altri hanno fatto di
buono. I Porcupine Tree sono molto ispirati dai Pink, ma in questo caso
da quelli più psichedelici e sognanti degli anni 60/70. Echi,
suoni di sottofondo, voci radiofoniche ed elettroniche fanno da tappeto
a molti brani. Il loro equilibrio musicale è tale da non poterli
catalogare in nessun genere specifico. Agli esordi la loro psichedelia
sovrastava tutto il resto e dischi come “On The Sunday Of Life...”
(Delirium 1988), ”Voyage 34” (Delirium 1991), “Up
The Downstair” (Delirium 1993), “The Sky Moves Sideways”
(Delirium 1997) e “Sygnify” ne sono testimonianza.
“The Sky Moves Sideways” è il disco più vicino
ai Floyd, proprio con il brano omonimo, suddiviso in due parti della
durata di circa 18 minuti l'una. Persino l'artwork bucolico con all'interno
paesaggi rurali ed immancabili mucche richiama scandalosamente alla
memoria “Atom Heart Mother”. Conclusa però l'esperienza
Delirium con la stupenda raccolta “Stars Die” i Porcupine
Tree progrediscono il proprio sound verso nuove sonorità a tratti
più semplici ed a tratti più articolate senza mai deragliare
dai binari di origine. ”Metanoia” (Delirium- 2001 ) racchiude
le session registrate durante “Signify” e che suggella definitivamente
il rapporto con la suddetta casa discografica. Questo lavoro completamente
strumentale è il momento più vicino in assoluto ai PInk
da parte dei nostri ragazzi. Gli album successivi saranno dei veri e
propri capolavori da avere assolutamente e brilleranno di luce propria,
senza troppi accostamenti a questo o a quel gruppo, insomma saranno
Porcupine Tree sound e basta. I titoli sono i seguenti : “Stupid
Dream” (K scope 1999), “Lightbulb Sun” (K scope 2000)
ed “In Absentia” (2002). La maturità è raggiunta,
ecco i nuovi Floyd! VOTO: 10
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MOSTLY AUTUMN
Non crederete alle vostre orecchie quando ascolterete almeno un brano
dei bravissimi svedesi, un connubio perfetto fra Folk, Rock Progressive
e Pink Floyd. Il tutto come se non bastasse, è impreziosito dalla
meravigliosa voce di Heather Findlay e dal dolce flauto di Angela Goldthorpe.
I componenti della band sono addirittura otto e tutti amanti di atmosfere
bucoliche, storie di montagna e racconti leggendari fatti davanti ad
un accogliente camino acceso e ad una buona birra. Queste rilassate
atmosfere vanno a braccetto proprio con il sound Pinkfloydiano più
recente, con assoli di chitarra da brivido lunghi anche cinque minuti,
assolutamente riconducibili ad un Gilmour ispiratissimo (per esempio
l'assolo di “Confortubly Numb” tanto per intenderci).
Sia la chitarra di Bryan Josh che la sua voce emulano in tutto e per
tutto il maestro succitato. Copiaticcio quindi? Niente affatto, il Folk
è così presente che il risultato finale è assolutamente
strabiliante. Cercateli, perché sentiremo ancora parlare di loro.
I dischi sono i seguenti: “For All We Shared....” (Cyclops
1998), “The Spirit Of Autumn Past” (Cyclops 1999), “The
Last Bright Light” (Cyclops 2001) e “Passengers” (Classic
Rock 2003). Ogni titolo è un acuisto sicuro e forse qualcuno
mi ringrazierà.... VOTO: 9
LANDS END
Dalla prolifica Inghilterra e dall’attenta casa discografica Cyclops
ecco un altro gruppo dal sound mistico. Aria, terra, mare e monti sono
di nuovo gli argomenti trattati, questa volta da Mark Lavallee e soci.
Chissà perché ma i Pink Floyd riescono ad ispirare sempre
molti sentimenti ariosi in chi li ascolta e di riflesso molti gruppi
ripercorrono questi sentieri a volte con buoni risultati.
Nulla di Folk questa volta, ma molte tastiere ed il compito gravoso
viene suddiviso fra Mark e Fred Hunter. La chitarra è importante
ma non certamente in prima linea, anche se Francisco Neto riesce a fare
un ottimo lavoro d'atmosfera. Il primo CD si intitola “Terra Serranum”
(Cyclops 1995) e mostra in qualche modo i limiti di inesperienza del
gruppo anche se alla fine resta la certezza di un lavoro onesto. Buono
il successivo “An Older Land” (Cyclops 1996), ma il vero
lato Pinkfloydiano dei Lands End fuoriesce in pieno su tutto il bellissimo
“Natural Selection” (Cyclops 1997). Il disco contiene pure
un brano di mezz'ora da brivido. Molta psichedelia dunque fra i solchi
di questo CD e tanta voglia di sperimentare senza mai esagerare, tenendo
sempre in primo piano l'importanza della melodia. Non male... VOTO:
7
FRUITCAKE
Dalla fredda Norvegia ecco un altro obbiettivo centrato dalla casa Cyclops:
i Fruitcake. In questo caso siamo di fronte ad un contest più
Progressive classico, alla Genesis per intenderci, anche se il leader
carismatico, sennonché batterista e cantante Pal Sovik, canta
in modo spudoratamente simile a Gilmour.
Un velato senso di tristezza aleggia in ogni loro lavoro ed in “Room
For Surprise” (Cyclops 1996) forse tocca l'apice con brani oscuri
come “Time To Go” con tanto di tuoni e pioggia. I Pink comunque
aleggiano in ogni dove e soprattutto quelli di “The Wall”.
Le tastiere sono in evidenza e manco a dirlo troviamo descrizioni di
paesaggi rupestri e marini. Questi soggetti si ripercuotono in tutti
i dischi portando l'ascoltatore a meditare, colpito da tanta velata
tristezza. Consiglio: “How To Make It” (Cyclops 1994), “Room
For Surprise” (Cyclops 1996), “On More Slice” (Cyclops
1997)e “Power Structure” (Cyclops 1998). Certamente non
originali, ma in alcuni di voi faranno sicuramente breccia. Bravi. VOTO:
6,5
ANATHEMA
Sforiamo in campo Metal, ma non possiamo ignorare una realtà
così grande come quella degli Anathema. Cominciano con un Death
Metal pesantissimo per poi regalarci capolavori quali “Alternative
” (Pieceville 1998), “Judgment” (Music For Nations
1999), “A Fine Day To Exit” (Music For Nations 2002) e “A
Natural Disaster” (Music For Nations 2003). Il loro continuo evolversi
li avvicina in qualche modo al mondo Progressive e la loro ispirazione
chiaramente dichiarata ai Pink Floyd è grande. Pure loro si ispirano
a “The Wall”, pesanti, tristi, quasi disperatamente pessimisti.
Dedicati a tutte le anime oscure che camminano sulla terra. Anathema,
quando la buona musica è Metal! VOTO: 9
ARENA
Questo meraviglioso gruppo musicale, al quale non finirò mai
di dire ‘grazie di esistere’, ha molto poco a che fare con
i Floyd. Molto ispirati dai Genesis, nel tempo hanno dimostrato di essere
loro i nuovi Marillion (e anche qualcosa di più). E allora cosa
ci fanno fra queste righe? Presto detto, alcuni brani come “The
Hanging Tree”, tratto dal meraviglioso “The Visitor”
(Verglas 1998) sono spudoratamente Pinkfloydiani, soprattutto grazie
alle chitarre di John Mitchell. Poi è di nuovo “The Wall”
a farsi strada fra i solchi. Nulla da eccepire. VOTO: 9
GLASS HAMMER
Andiamo direttamente al sodo, il gruppo del bravo Stephen De Arque ci
ha regalato un capolavoro dal titolo “Perelandra” (Arion
Records 1995). Questo è un mix di AOR, Prog e Pink! ed il brano
“Into The Night “ ci presenta la parte più sognante
e spaziale dei nostri ispiratori. Tastiere in evidenza sono l'ingrediente
principale di questo disco molto equilibrato e ricco di influenze Prog.
Cercatelo assolutamente, non deve mancare in nessuna discografia che
si rispetti e tantomeno da quella di chi ama i Pink. VOTO: 8
RPWL
Dalla Germania un gruppo che non fa gridare al miracolo per la fantasia,
ma che nella psichedelia moderna è sicuramente fra i migliori.
L'influenza Floydiana è ovviamente marcata, specialmente quella
dell'ultimo periodo, mi riferisco a "The Division Bells",
ma persino i Porcupine Tree fanno capolino qua e là. Non solo
suoni ariosi e suoni alla "The Wall", ma persino momenti pop
melodici arricchiscono i lavori di questi promettenti ragazzi tedeschi.
I dischi da loro composti sono tre: "God Has Failed" (Tempus
Fugit 2000), "Trying To Kiss The Sun" (Tempus Fugit 2002)
e lo straordinario ultimo lavoro con tanto di DVD incorporato "Stock"
(Tempus Fugit 2003). VOTO: 9
Salari Max
Per continuare il "viaggio":
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